Avvocato in diritto sanitario: cosa bisogna sapere e a chi rivolgersi in caso di necessità

30 Agosto 2021 - Redazione

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Avvocato esperto in diritto sanitario: di cosa si occupa

Quando si discorre di diritto sanitario, si fa riferimento ad una precisa branca del diritto che si occupa di far funzionare due aspetti fondamentali per il nostro Paese: diritto alla salute (costituzionalmente tutelato ex art 32) ed il cosiddetto servizio sanitario nazionale. Entrambi rappresentano due pilastri sul quale si fonda e si erge lo stato di diritto che tutti noi conosciamo.

Purtroppo però questi due aspetti, ovvero il diritto alla salute e la sanità pubblica, hanno una coesistenza piuttosto complicata, anzi, è possibile affermare che con il passare degli anni sta diventando ancora più complessa. Da un lato, infatti, occorre garantire a chiunque, indipendentemente dal sesso, etnia, religione, patrimonio, il diritto alla salute, dall’altro però è necessario far quadrare i conti dello Stato.

È proprio qui che assume un ruolo importante il diritto sanitario, ovvero, il complesso di norme che cerca di garantire a tutti i cittadini (e non) cure adeguate su tutto il territorio della Repubblica e in qualsiasi struttura sanitaria. In modo generale, infatti, è possibile definire il diritto sanitario come quella branca del diritto che si occupa anche di stabilire e di far rispettare gli aspetti organizzativi della sanità pubblica.

Ovviamente, per perseguire tale finalità, sono stati costituiti diversi enti come ad esempio il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) istituito ufficialmente dalla legge n. 833 del 1978 il quale si occupa di garantire assistenza sanitaria a chi ne ha bisogno. Più precisamente:

Il servizio sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio".

Il diritto alla salute

Come sopra anticipato, la nostra Carta costituzionale prevede espressamente il cosiddetto diritto alla salute (art. 32), esso rappresenta un vero e proprio diritto fondamentale della persona garantito dallo Stato. Ma cosa si intende per “diritto alla salute?”, in via generica è possibile definire lo stato di salute come il benessere psicofisico di una persona.

Questo ovviamente non significa che occorre semplicemente prevenire o curare malattie, il suo raggio d’azione, infatti, è ben più ampio e ormai ricomprende anche il diritto di ricevere prestazioni sanitarie, vivere in un ambiente salubre e molto altro ancora. Ovviamente questa non è l’unica fonte normativa che interessa il diritto alla salute, lo Stato, infatti, ha il compito di tutelare tutti i diritti fondamentali dell’uomo, ergo anche la salute, ed a disporlo è proprio l’articolo 2 della Costituzione.

Da ciò, in ossequio anche ad un’interpretazione assiologica, ovvero ispirata ai valori su cui si fonda il nostro ordinamento giuridico, deriva la necessità per lo Stato di garantire assistenza anche agli indigenti, ovvero coloro che non hanno a disposizione risorse economiche. Questo perché il diritto alla salute prevale su qualsiasi diritto di natura patrimoniale. Per tutti gli altri individui, invece, occorre semplicemente pagare il famoso “ticket” in modo da partecipare alle spese sostenute dallo Stato per l’erogazione dei servizi pubblici sanitari.

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Di quali casistiche si occupa l'avvocato esperto in diritto sanitario

Così come esistono avvocati esperti in diritto penale, commerciale, civile ecc esistono anche gli avvocati che hanno deciso di operare nel mondo del diritto sanitario. Questo significa che, nel caso in cui un soggetto dovesse subire una illecita compressione della sua sfera giuridica (in ambito sanitario) ha la possibilità di difendersi rivolgendosi ad un esperto del settore. Ma quando è possibile rivolgersi concretamente ad un avvocato? Ebbene, la risposta non è semplice come si crede, sono diversi i casi in cui occorre richiedere l’aiuto ad un professionista e, onde evitare accavallamenti, è bene analizzarli singolarmente.

Malasanità

È possibile rivolgersi sicuramente ad un avvocato esperto in diritto sanitario in tutti i casi di malasanità. Tuttavia, è bene chiarire il senso di questo particolare termine che oggigiorno ha assunto un’accezione diversa e molte volte viene utilizzato in modo improprio. In via generale, il termine “malasanità” viene utilizzato per indicare tutti i casi di responsabilità per interventi chirurgici o cure mediche eseguiti in modo difforme dalla tecnica ed alla scienza medica o comunque prescritti.

Lo stesso vale per l’errata o inadeguata diagnosi medica di una malattia da parte del medico, oppure, per la prescrizione al paziente di cure mediche inutili o comunque dannosi per la sua salute. Si è sempre nell’alveo della malasanità, anche nel caso di cattiva amministrazione della sanità pubblica oppure in caso di reati commessi contro la Pubblica Amministrazione (ad esempio in caso di macchinari non utilizzati senza alcun motivo).

In questi, e molti altri casi ancora, è fondamentale richiedere una consulenza con un avvocato esperto, anche perché non è semplice dimostrare al giudice di aver subito un danno a causa della malasanità. Proprio per questo, è importante avere al proprio fianco un professionista, magari con anni di esperienza nel settore del diritto sanitario. Se questa è la nozione generale di malasanità, è necessario approfondire i singoli casi che sono sintomatici della cattiva gestione della sanità pubblica o privata.

Errore diagnostico

Non molto tempo fa la Suprema Corte di Cassazione è ritornata sul tema della responsabilità medica e, più in generale, della malasanità, parlando proprio dell’errore diagnostico. Più precisamente, con sentenza n. 47448/2018, i giudici della Suprema Corte hanno statuito che l’errore diagnostico è tale non solo nel caso in cui il medico non è in grado di inquadrare il caso clinico in una determinata classe di patologie note oppure, effettua un errore di inquadramento (considera come lieve una patologia invece grave). Per i giudici, infatti, l’errore diagnostico si concretizza anche quando il sanitario non sottopone il paziente a precisi controlli ed accertamenti necessari per poter formulare una diagnosi corretta. In altre parole, i giudici ermellini con la sentenza testé richiamata, hanno allargato il perimetro del cosiddetto “errore diagnostico”.

Per poter comprendere l’innovazione raggiunta con la sentenza della Cassazione, occorre effettuare una breve analisi diacronica del fenomeno. Nell’ormai lontano 2009 non c’era alcuna norma che prevedeva particolari prescrizioni in materia di responsabilità medica. Logica conseguenza di tale vulnus era la possibilità di applicare in materia i principi generali in materia di colpa, a prescindere dal grado della stessa.

In breve, era praticamente indifferente se il medico versasse in colpa grave o lieve. Le cose sono cambiate nel 2012, anno in cui entra in vigore la famosa Legge Balduzzi la quale ha modificato lo status quo ante. L’art 3 della legge in questione, infatti, dispone che l’esercente della professione medica se si attiene, nello svolgimento della sua attività, alle linee guida e alle buone pratiche accreditate alla comunità scientifica non risponde in campo penale (per colpa lieve) bensì in sede civile ex art 2043 (responsabilità aquiliana).

Il quadro normativo è mutato ulteriormente nel 2017, anno in cui entra in vigore la celebre Legge Gelli Bianco, la quale abroga l’art 3 della Legge Balduzzi. La legge richiamata, infatti, ha preferito far richiamo alle linee guida “così come definite e pubblicate ai sensi di legge” e, dunque, richiamando l’art 5 della Legge n. 24/2017 il quale prevede un particolare iter per l’elaborazione delle linee guida.

Cosa sono le linee guida e quando è possibile parlare di errore diagnostico

In modo generico, è possibile definire le linee guida come gli standard terapeutici conformi alle regole dettate dalla migliore scienza medica a garanzia della salute dei pazienti. In sintesi, rappresentano una sorta di condensato delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche nonché metodologiche concernenti diversi ambiti operativi. Utilizzando un linguaggio figurato, è possibile definire le linee guida come una sorta di vademecum per i dottori e per i sanitari in generale.

Questo significa che, in ossequio a quanto disposto dall’articolo 590 sexies del Codice Penale, l’osservanza delle raccomandazioni previste dalle linee guida o dalle buone pratiche clinico assistenziali, escludono la colpa del professionista. Costui, al massimo, potrebbe rispondere in sede civile, ma giammai in sede penale. Questo perché, l’osservanza delle linee guida escludono la negligenza, l’imperizia, imprudenza del medico, elementi che, come è noto, caratterizzano la cosiddetta “colpa”.

Errore prognostico

Diverso dall’errore diagnostico è il cosiddetto errore prognostico. Come lo stesso nome suggerisce, in tal caso non c’è un errata valutazione della diagnosi (ovvero dell’inquadramento) della malattia, bensì l’errore ricade sul suo decorso.

Più precisamente, l’errore prognostico viene commesso dai medici quando sbagliano il calcolo della decorrenza di una determinata patologia, ad esempio, il medico ritiene che la malattia non sia particolarmente aggressiva e che non possa mettere in pericolo di vita il paziente ma, dopo poco tempo, il paziente perde la vita a causa di quella stessa malattia o subisce un pregiudizio dalla stessa.

Anche in questo caso è possibile rivolgersi ad un avvocato esperto nel mondo del diritto sanitario e fare causa al medico nonché alla struttura ospedaliera presso la quale opera. In conclusione, non si tratta di un errore totalmente diverso rispetto a quello diagnostico, ciò che lo contraddistingue è l’aver sbagliato non la malattia bensì la sua decorrenza.

Errore terapeutico

Quando si discorre di malasanità e di errori commessi dai dottori, non è possibile non fare riferimento al cosiddetto errore terapeutico. L’errore terapeutico è un errore commesso non nella fase della diagnosi, e non riguarda nemmeno la decorrenza della stessa, bensì il suo trattamento. In parole povere, l’errore terapeutico coinvolge l’uso errato di farmaci o di altri strumenti per poter curare la malattia diagnosticata dal medico. Ad un livello basso, l’errore terapeutico può essere non troppo pericoloso per il paziente, tuttavia, questi possono causare, in concreto, seri danni, compresa la morte. Si pensi, ad esempio, alla somministrazione di un farmaco a cui il paziente è gravemente allergico.

Oggigiorno, l’enorme preoccupazione per gli errori terapeutici, piuttosto diffusi, ha spinto a molte organizzazioni a lavorare su appositi programmi per evitare situazioni del genere. L’errore terapeutico classico è la dispensazione o l’errato dosaggio di un determinato farmaco al paziente. Purtroppo, si tratta di un errore umano che può essere causato anche da fattori esterni come ad esempio la distrazione mentre viene redatta la prescrizione medica.

Anche a causa di questo particolare errore, ovviamente, è consigliabile rivolgersi ad un avvocato esperto nel settore sanitario e chiedere il risarcimento del danno causato dalla negligenza, imprudenza ed imperizia del professionista che ha prescritto il farmaco.

Come richiedere il risarcimento del danno causato

Per poter richiedere il risarcimento del danno causato dal professionista è necessario incardinare un processo dinanzi al giudice competente. Vien da sé quindi, che è fondamentale rivolgersi ad un avvocato esperto proprio in questo mondo. Tuttavia, questo non basta. È importante la documentazione necessaria affinché il legale possa dimostrare in giudizio non solo l’errore medico e il danno causato ma anche, e forse soprattutto, il nesso eziologico che intercorre tra gli stessi.

Più precisamente, all’avvocato potranno essere particolarmente utili alcuni documenti come: cartelle cliniche, ricevute delle prestazioni mediche, i risultati delle visite o analisi poste in essere, il diario clinico (si tratta di tutti gli esami effettuati, comprese le lastre, tac, radiografie nonché il percorso diagnostico e terapeutico).

In genere, una volta consultata tutta la documentazione, l’avvocato provvederà a mettersi in contatto con un consulente specializzato nella patologia che interessa il proprio cliente. Solo in questo modo potrà effettivamente comprendere se vi sia o meno un danno subito oppure no.

L’iter volto ad ottenere il risarcimento inizia con una richiesta di risarcimento contenuta in una lettera scritta (o in una PEC) indirizzata direttamente al medico ed alla struttura ospedaliera. Mediante tale missiva è possibile esporre i fatti ed esporre le relative contestazioni, ed ovviamente richiedere il risarcimento del danno. Se tale missiva non ha nessun effetto, l’avvocato può tentare di trovare un accordo con il medico e la struttura sanitaria in modo da evitare il processo.

Tuttavia, se anche l’accordo dovesse risultare impossibile, magari perché il professionista nega di aver commesso errori, l’avvocato, su richiesta del proprio cliente, potrà solamente optare per la strada del processo di merito ed attendere la pronuncia del giudice.

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