La diffamazione nell'epoca di internet: quello che è bene sapere per evitare spiacevoli inconvenienti

10 Dicembre 2015 - Redazione

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Hai l’abitudine di trascorrere ore e ore su Facebook, commentando i post dei tuoi amici e conoscenti, o pubblicando lunghe lamentele sui metodi dei tuoi insegnanti o sulla scarsa professionalità dei tuoi colleghi di lavori?

Forse, faresti meglio a porre attenzione a quello che scrivi!
Innanzitutto per la tua sicurezza personale. Infatti, è vero che Facebook prevede diversi "livelli" di privacy, e consente di utilizzare un'opzione che cancella in modo permanente i propri dati, ma è pure vero che nel momento in cui le tue foto e i tuoi video vengono “taggati” da un altro utente non saranno più eliminabili, anche se dovessi decidere di cancellare il tuo profilo, a meno che tu non lo richieda espressamente. 

Ma, è necessario che tu faccia attenzione anche rispetto a quello che scrivi in merito ad altri, giacché nel 2010 la Corte di Cassazione ha stabilito che non è certo la natura del mezzo che può render lecito un messaggio… e che i confini del lecito e del vietato sono identici in internet e nel «resto del mondo»…

Nel 2014, a proposito del caso di un maresciallo capo della Guardia di Finanza che aveva pubblicato sul suo profilo una frase ingiuriosa ai danni di un collega, ancora la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini della integrazione del reato di diffamazione, anche a mezzo di Internet, è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa.

La giurisprudenza di merito diventa via via sempre più severa con questa fattispecie di reato, tant’è che riconosce come imputabili addirittura i “like” a pubblicazioni altrui offensive, discriminanti, diffamanti. 

Non sei un habituè solo di Facebook, ma vivi praticamente in simbiosi con tutti i social network? In realtà esistono delle differenze, anche rispetto alla questione diffamazione

Si consideri ad esempio Whatsapp e simili: visto che esiste una funzione “black-list” dove poter far confluire i messaggi indesiderati, la Corte di Cassazione ha escluso la sussistenza del reato di diffamazione. E così, in generale, tutte le volte in cui si tratti di comunicazione diretta fra due soli utenti. 

Diverso il caso dei gruppi, per cui, se sei stato così avventato da creare su Whatsapp una cerchia che parla male del tuo ex, questo, data la pluralità di persone coinvolte, potrebbe a ragion veduta denunciarti per diffamazione

Discorso a parte per TripAdvisor, Trivago, Venere, e tutti gli altri portali di viaggi. Innanzitutto perché queste piattaforme consentono di farsi conoscere agli altri utenti o col proprio nome e cognome oppure con un nickname. In secondo luogo perché utilizzano procedure di rimozione dei contenuti che violano i diritti altrui.

Ancora perché danno a tutti la possibilità di replicare e difendersi. E infine perché nascono proprio dalla volontà di confrontare correttamente esperienze e giudizi differenti (è proprio sulla base di questa premessa di correttezza che è stata rigettata la domanda di una società di assistenza elettronica americana nei confronti di un cliente che aveva espresso pesanti giudizi critici, giacché l'intera questione era stata comunque condotta in termini di correttezza, a prescindere dal giudizio soggettivo comunque negativo).

Ciò purtroppo non equivale a dire che questo genere di piattaforme sia esenti da questioni di diffamazione: le “recensioni false”, purtroppo, sono talvolta una realtà, e non è raro che i commenti degli utenti superino i limiti del consentito.

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